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A pesca nelle pozzanghere

È come pescare nelle pozzanghere. Non so spiegarlo in altro modo. C’è da non trovare le parole quando hai a che fare con una persona che se ne sta andando lontano, sempre più, suo malgrado. C’è da augurarselo di non trovarle, mettere in fila i pensieri richiederebbe di voler vedere quello che si ha davanti e io non voglio, preferisco andare a pesca. Le lancio l’esca con un movimento della testa, il filo si allunga finché non catturo le iridi color di fiume. Mi abbasso a catturare lo sguardo che guizza, a fissare i miei occhi nei tuoi. Zac, presa! Un momento, un secondo lunghissimo, accompagnato da un sorriso. Una preda riconoscente per averla agganciata. “Mamma, sono io, sono Francesca”. Te lo ricordo, te lo ripeto, non perderlo il mio nome. Non lasciarmi andare. Nei tuoi pensieri troncati, assillanti, confusi non sei persa, perché non si può affogare in una pozzanghera, e non sei rinchiusa finché fai di tutto per stare a galla. Attaccati a me, aggrappati all'amo, salda più che puoi, con le mani e con lo sguardo, che ti tiro verso di me, non smettere di respirare. Ti sono cresciute le branchie. Quanto fa male trasformarsi. “Sono io, mamma, sono Francesca”. “Lo so,” mi rispondi. Sei arrabbiata. In te c’è ancora forza. La perseveranza dei pesci che resistono alla mattanza: non molli, non cedi, ti ribelli. Mi prenderesti a schiaffi. Una preda che non prendi mai fino in fondo. A filo d'acqua, mai fuori. Ti vedo, seduta nella poltrona foderata di seta. Ti stringi, ti rimpicciolisci, scompari, eppure io ti trovo sempre. So dove cercarti. So dove trovarmi. Anche se potremmo essere il gioco dei contrari io e te. Tu, che hai cercato di essere madre e padre. Tu, che sei tanto diversa da me eppure ti assomiglio. Nell’ idealismo, nel tentativo di fare la cosa giusta, nel non saper dosare le forze, nel concedermi poco di quel che mi merito. Bevo ogni mattina il caffellatte in piedi, come te. Guardo fuori dalla finestra, spostando le tende, cercando di intingere la stanchezza nella colazione. Sposto i vasi nel cortile. Mai due volte di fila nello stesso posto. Ho paura di guidare. Il bisogno di non far vedere agli altri che sto male. Non saper resistere a comprare libri, per leggerli tre sole righe al giorno o una pagina o due, quando resta tempo, ma si arriva fino in fondo anche a impiegarci i mesi. Ho tanti sensi di colpa: sono una mamma, come te. Quanta malinconia c’è, quanto mi ricordo di te. Nelle pozzanghere non si riflettono i colori, si diluiscono. È che quando diventi un pescatore, passi un sacco di tempo ad aspettare. Aspetti di trovare il luogo giusto dove sistemarti per la pesca, aspetti il momento giusto della giornata, aspetti un guizzo nell’acqua, aspetti di vedere com’è la corrente, aspetti, aspetti, aspetti. Ho sempre creduto che in tutta questa attesa ci fosse tempo per pensare, per fare il bilancio dell’esistenza e programmare una vita intera. Una gran noia anche. Una sconfinata creatività. Mi sbagliavo, non si sta fermi e non c’è tempo di pensare ad altro che non sia pescare. All’inizio mi concentro sul come fare per catturarti e quando ti ho catturata penso a come trattenerti; quando sto per perderti cerco di invogliarti a restare con un nuovo stratagemma; quando ti ho persa iniziano i propositi per fare meglio la volta dopo. Ricomincio, riprovo, non mollo mai. I tentativi si susseguono senza sosta. Non c’è fine, non c’è pausa. Ci pensi anche quando non lo fai. Ci deve essere da qualche parte una linea di confine che, se oltrepassata, è un cambio perenne di stato. Diventi un pescatore a tutti gli effetti, per sempre. Lo sei mentre fai la spesa o sei in fila dal dottore, lo sei mentre fai la ricevuta a un cliente o parli al telefono con un’amica e perfino mentre ti fai la doccia. Quando sei sotto il getto dell’acqua tiepida e sei un pescatore che piange per il fallimento: non importa quanto poco ti consoli l’esserci riuscita almeno una volta. L’acqua si miscela alle lacrime nel gorgo dello scarico e dovrebbe andare giù, lasciarti, non tornare, giusto? No, non va giù. La lacrima del pescatore stagna, imputridisce. Si deposita. È l’acqua delle pozzanghere. Non conosce colore, non conosce fine. Non riflette tutto il cielo, non è nemmeno una finestra. Bisogna imparare a pescare nelle pozzanghere o non trovarsi a farlo mai. Non bisogna scoraggiarsi e non si deve sferzare il lancio. È necessario equipaggiarsi prima di partire, ma mancherà sempre qualcosa, qualche strumento o forse il coraggio. A volte il ricordo. Perché i pescatori di persone come esche usano i ricordi. I più felici che sono anche i più taglienti. Vi farete del male. Starete malissimo. Anche oggi vado a pesca. Ci vado tutti i giorni. È difficile smettere finché il pesce nuota. È impossibile. “Eccomi! Ciao, come stai oggi? Hai visto che è arrivato l’autunno? Brr, che mani fredde! Guardami, sono Francesca, mamma” “Mamma?”.

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