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fase 1 - la diagnosi

Sono un medico. Ero un medico, ora sono un paziente. E ne ho avuto consapevolezza la prima volta quando, spogliata dei miei abiti e infagottata in un camice usa e getta, con mutande e calzari di carta e una ridicola cuffia in testa, nell’anticamera della risonanza, il tecnico mi ha identificata e presentata al radiologo come “una stadiazione preoperatoria di Kappa (proprio Kappa ha detto) dell’utero”. Quante volte anch’io avrò fatto lo stesso errore: l’artrite del letto 1, l’Horton del letto 7, il lupus del 15; invece di Gina, Maria, Roberta. “Non potrà capitare sempre e solo a qualcun altro. Un giorno potrebbe succedere anche a noi”. Quante volte l’ho detto al mio compagno. E stavolta è toccata proprio a me. Era cominciato tutto per caso, nemmeno un mese prima di quella risonanza. Cercavo conferma di una malattia dermatologica autodiagnosticata. La ginecologa ha insistito perché facessi anche ecografia pelvica e un pap-test che avevo tralasciato per molto, troppo tempo. Ho scovato così un “intruso” inaspettato, che in nessun modo aveva ancora dato segni di sè. Le prime settimane un esame tira l’altro, affrontati con serenità e ottimismo. Visita ginecologica, ecografia transvaginale, isteroscopia, preospedalizzazione, nuova isteroscopia in sedazione profonda (esperienza stupenda per l’effetto dell’anestesia) per la biopsia. La prima doccia fredda il referto dell’esame istologico: come una cretina l’ho chiesto alla collega ... per telefono. Mettendola in imbarazzo. Non avrei mai dovuto fare quella telefonata. A quel punto è iniziata la preparazione per l’intervento chirurgico. TC, RM, altra preospedalizzazione, altri esami. In fretta. E infine l’intervento: tutto affrontato con la serenità che ti viene dalla fiducia verso i tuoi colleghi di sempre, con i quali hai condiviso gli esami all’università, i primi concorsi, i turni di guardia, i pazienti più incasinati. E dall’affetto che hai per loro e che senti ricambiato. Intanto nelle sale d’attesa che inizi a frequentare tuo malgrado, ti capita anche d’incontrare ex-pazienti che ora sono diventati compagni d’avventura, e che dopo lo stupore iniziale (anche i medici si ammalano?) sono quelli che ti fanno più coraggio. Al capitolo chirurgico segue quello oncologico. E ti tornano in mente tutte le volte in cui sei stata tu a dover spiegare alla persona che avevi davanti che cosa gli stava succedendo e che cosa doveva, poteva aspettarsi. A me ora cosa aspetta? Mi aspettano chemioterapia prima e radioterapia poi. La seconda me l’aspettavo, ero pronta. La prima speravo di potermela evitare. E finalmente mi sono trovata a piangere. Tutte le lacrime non versate negli ultimi due mesi. Finalmente si è alleggerito quel peso che stava crescendo giorno dopo giorno. Nascosto dal sorriso che spero non si spenga nei prossimi mesi. A sorridere mi hanno insegnato i “miei” pazienti. Da loro spero di avere imparato anche a difendere la tenacia e la forza di cui avrò bisogno.

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