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VORTICE

- Salve! Sei qui per il tuo annuale controllo ginecologico. Bene! Hai notato un piccolo nodulo al seno, sotto l’ascella? Vediamo. E’ talmente piccolo, è sicuramente una pallina di grasso, comunque fai la solita ecografia di controllo-…

- Signora, l’ecografia non è chiara, faccia un ago aspirato.-...

- I risultati dell’ago aspirato non sono sufficientemente chiari, è meglio togliere il nodulo: io, da chirurgo, non mi sbilancio mai, ma stavolta credo di poter dire che non sia niente di preoccupante!-…

- Non abbiamo ancora i risultati dell’esame istologico, ma la struttura del nodulo era tale da poter escludere qualcosa di serio. Stia tranquilla!-…

- Signora, chiamo dall’ospedale, entro un paio d’ore venga che la ricoveriamo: deve operarsi al seno!- - Ma io ho due figlie piccole..- - Alessandra, ora deve pensare a sé!-

Così, in poche settimane, mi sono trovata come avvolta in un vortice, un turbinio di paure, dubbi, angosce, sbandamenti. La sensazione di guardarmi dall’esterno, come in un incubo, contro la graduale consapevolezza di una severa realtà che si abbatteva, inopinata, su me e la mia famiglia.
La prima domanda, mascherata da affermazione, è stata: “Dottore, ho 40 anni e due figlie da crescere!” La risposta è stata: “Signora, stia tranquilla, non morirà per questo”.
E io ci ho creduto.
Eliminando, o meglio, rimuovendo così l’idea di morte, ho immediatamente cominciato a “rielaborare i dati”, con tutta la razionalità, la serenità, la forza che veniva da un mio equilibrio interiore, da un cronico ottimismo e amore per la vita, dall’affetto grande dei tanti amici che mi sono stati accanto e dalla voglia di risolvere in fretta il problema e tornare a casa, dalle mie bambine che non avevo mai lasciato e da un marito in balia di chissà quali pensieri luttuosi.

Il chirurgo è stato molto chiaro con me, fin dall’inizio, nei dettagli, anche appellandosi al fatto che io fossi un operatore sanitario (una fisioterapista del settore di neuropsichiatria infantile), per di più laureata in Psicologia.
“Lei è una persona forte e intelligente”- diceva, e giù con le brutte notizie, ma questo mi ha aiutata a sentirmi protagonista, e non vittima, seppure di una brutta storia.
C’era la possibilità di dover toglier la mammella, decisione che sarebbe stata presa in sala operatoria: nel qual caso volevo, nello stesso momento, cominciare la ricostruzione del seno? Ho assentito.
E così è stato.
L’effettiva presa di coscienza è avvenuta, prevedibile, al momento in cui mi è stata tolta la fasciatura, con conseguente crollo emotivo e pianto liberatorio: pochi momenti di stand-by per poi riprendere il cammino.

Sono uscita dall’ospedale con delle buone notizie: i linfonodi ascellari erano totalmente negativi e, visto la sensibilità del mio tumore agli estrogeni, non avrei fatto la chemioterapia, ma cinque anni di terapia ormonale, con conseguente menopausa farmacologica, psicologicamente non facile da accettare ma che evitava, a me e alle bambine, di assistere alla perdita dei capelli e ad altri severi effetti collaterali.
Rientrata a casa, vi era da dissolvere quel senso di timore e disorientamento: alla figlia maggiore (8 anni) ho spiegato chiaramente e serenamente ciò che era e stava accadendo, naturalmente sottolineando gli aspetti positivi, mentre la piccola (5 anni) richiedeva solo tante bellissime coccole e contatto fisico.
A mio marito è stato sufficiente avermi vicino, serena, seppure con qualche crollo depressivo.

Poi è iniziata la ricostruzione plastica, lunga, faticosa, a tratti dolorosa: tre ulteriori interventi chirurgici, con anestesia totale, in due anni.
Malgrado tutto ho subito cercato, con la mia solita impazienza, di tornare alla normale quotidianità ed efficienza, fisica e psicologica.
Tre mesi dopo l’intervento demolitivo ero già al lavoro a tempo pieno (o quasi, visto che potevo usufruire di qualche ora grazie alla Legge 104) e appena possibile ho organizzato ciò che avevo progettato da tempo: una cena a casa mia con i due chirurghi (generale e plastico) e le rispettive mogli: una bella serata per ringraziarli e festeggiare un pezzo di vita fatta insieme, con tante emozioni condivise.
Coincidenza: le tre donne sedute a tavola, quella sera, avevano tutte un’esperienza di mastectomia sulle spalle!

Non è stato facile!
Non è stato facile accettare l’invasività dell’intervento, la scomparsa del ciclo mestruale, la documentazione che attesta la percentuale di invalidità.
E poi il cammino nel tunnel dei controlli, fortunatamente sempre più radi, e delle paure che malgrado tutto si insinuano nella mente al comparire di un nuovo sintomo, un disturbo, un’analisi poco chiara. Tutti elementi normalmente trascurabili dopo i quarant’anni!
Eppure nonostante tutto ciò che è stato, che sarà, e che potrebbe ancora essere (sono passati tre anni), non riesco a dare a questa esperienza un valore negativo, e non per il consueto dire che con la sofferenza si cresce, no, perché dentro non mi è rimasta la sofferenza, ma la positività di aver avuto tante persone vicino, le quali mai come in quelle settimane mi hanno dimostrato affetto, attenzione, stima, ognuno a suo modo.
Qualcuno non ce l’ha fatta neanche a telefonarmi, altri lo facevano continuamente, altri ancora venivano a trovarmi in ospedale temendo un incontro difficile e andandosene rincuorati dal mio stato d’animo.
Sapevo di avere tanti amici sinceri, ma in quel momento ho toccato con mano questa realtà di cui ho tanto bisogno.
Chi mi vuole bene forse ha sofferto più di me, nel dubbio e nell’attesa, io invece, che di giorno lottavo, decidevo, subivo.. dormivo tranquilla, o quasi, le brevi notti di ospedale.
Ho incontrato altre storie, altre età, ho conosciuto il cameratismo di chi ha bisogno l’uno dell’altro, il rispetto per la sofferenza e la pazienza verso chi tale rispetto non lo vive.
Mi sono sentita protetta, mi sono fidata e affidata, anche se non ho mai abbassato troppo la guardia.
E il chirurgo: un professionista e una persona speciale, che da subito mi ha chiamato per nome, mi è stato vicino, ha condiviso e aiutato le scelte fino ad emozionarsi, con mio marito, di fronte alla positività della prognosi.

Io ho una vita ricca e serena: una famiglia che adoro, un lavoro che mi piace, tanti legami forti e sinceri, il coro di bambini e ragazzi a cui mi dedico, da anni, in parrocchia, mi piace leggere, fare bricolage e lavori a maglia: un tumore, e con esso la terribile prospettiva di un’esistenza limitata e limitante, non può che farmela apprezzare maggiormente.
Qualcuno mi ha detto: “Attenta, questo è il segnale che qualcosa nella tua vita, deve cambiare”. Io non voglio cambiare, se non per dare più spazio a ciò che ho, che mi piace, a ciò che semino e raccolgo ogni giorno, con entusiasmo, in una vita che è quello che è: oggi dà, domani toglie e nel frattempo modifica, nella complessità delle dinamiche.
A pensarci bene, però, un aspetto della mia vita, in seguito all’accaduto, riceve ora una maggiore attenzione: l’aspetto fisico e la femminilità.
Quando sono stata operata mi dicevo e mi dicevano: “Che ti importa della menomazione fisica: si fa la ricostruzione, e poi ci sono protesi, reggiseni di ogni tipo, le magliette aderenti magari le eviti. Ma dai, dopo tutto hai superato i 40 anni, hai un marito al quale piaci comunque, non hai bisogno di mostrare il decolté!”.
Parole sacrosante, se considerate quando è in pericolo la vita!
Ma quando questa paura è passata, si torna alla vita di tutti i giorni, e come ogni giorno ci si guarda allo specchio, e allora sì che l’aspetto fisico torna, sanamente, ad essere importante, e si ha il diritto e il dovere di affrontare il problema, per recuperare, in qualche modo, il proprio equilibrio interiore.
Io ho scelto immediatamente di sottopormi alla ricostruzione plastica, mi è sembrato ovvio, e ho ripetuto un intervento che, per l’asimmetria dei seni, mi avrebbe richiesto sempre l’uso di un’imbottitura, limitando la praticità che metto nel vestirmi.
Io che avevo sempre dato alla biancheria intima la minima attenzione possibile, mi sono ritrovata una collezione di reggiseni, diversi per ogni fase della ricostruzione, ed ora che il risultato finale è più che buono, perché non metterlo appena appena in risalto?
Approfittando della danza delle figlie mi sono iscritta al fitness nella stessa palestra, senza esagerare, quanto basta per sentirmi un po’ più bella e soprattutto in forma!

E a proposito del tunnel suddetto: è vero che a volte la strada è buia, ma si deve lottare, individuare le proprie risorse (ottimismo, razionalità, fede, interessi mondani e culturali, relazioni interpersonali..), per non rimanere psicologicamente invischiati nelle ansie, nelle date delle analisi e dei controlli medici, perchè tutto ciò rischia di isolare nel proprio vortice e impedisce di godere di ciò che, comunque, la vita ci offre di bello ogni giorno.
A volte ci si considera malati anche se non lo si è più.. già, perché dal vortice si esce, sempre più spesso.
Nel cammino siamo in tanti, e questo ci dà la possibilità di parlare, ascoltare, condividere…
E non è poco!

 

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