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Respiro

Guardava i cappotti accumulati uno sull'altro sulla panca dell'ingresso, ora cominciavano ad essere più leggeri, forse fuori era meno freddo. Il cane, accucciato vicino alla panca, uggiolava lamentoso: aveva bisogno di uscire. I piatti sporchi nel lavello raccontavano la storia di una famiglia tranquilla e serena che aveva appena gustato un buon pasto...e invece erano lì già da un bel po'.
Da una delle stanze arrivavano strilli sempre più rabbiosi e acuti: "Tocca a te!", "Sono troppo stanco!", "L'avevi detto!", "Io non ho tempo!", "Ho lavorato, io!", "Come faccio?", "Ti ricordi quella volta che tu..."
Si toglieva le protesi acustiche, il resto non era da sentire, erano contenuti che conosceva a memoria e non c'erano ragioni o torti da distribuire, non c'era un bel niente da giudicare, le cose erano queste e basta.
Ansimando controllava l'attrezzatura che da un po' di tempo l'accompagnava: era carica e funzionava bene. Chi non funzionava più era lei.
Una lacrima di (giusta?) autocommiserazione le si affacciò sul ciglio e lei la lasciò scorrere. Questo era adesso: un mobile in più di cui aver cura, una faccenda in più da fare in casa, un impiccio inutile per le persone che la amavano. Perché c'erano delle persone che la amavano, nonostante tutto, c'erano e anche lei le amava. Perdutamente.
La lacrima scorre fino in fondo e le cade in grembo... non sono inutili queste lacrime, aprono un po' la gola e per qualche minuto le sembra di respirare meglio. Questo tempo potrebbe utilizzarlo per tentare di sistemare quel lavello, non dovrebbe volerci molto. Lentamente si alza, con gesti misurati, calcolando i movimenti per farne il meno possibile, abbassandosi poco per non sentirsi nuovamente soffocare e non tossire. Il rumore dei piatti attira i litiganti che la rimproverano, ma lei continua imperterrita: ogni piatto è una conquista, ogni bicchiere sistemato è una battaglia vinta, ogni posata infilata nella lavastoviglie è un guerriero sconfitto che si piega al suo volere. Si concentra solo su quello che sta facendo, chiamando tutte le sue forze a sé, ma improvvisamente la mente si allontana, cullata dall'acciottolio delle stoviglie e lei ripensa a se stessa...
Era una bambina, faceva le cose che fanno tutte le bambine: sognava, giocava, sperava. La malattia c'era già e le aveva impedito di frequentare la scuola regolarmente, di essere come le altre, ma "la cosa" sembrava sempre sotto controllo, sempre con quella terribile siringa che bolliva sul fornello, con le medicine al seguito, sempre con un po' di paura. La diagnosi non era arrivata presto e strazianti erano stati i modi per diagnosticarla, anche con discussioni a favore di altre variegate ipotesi, ma poi era arrivata: Bronchiectasie congenite. La sua vita ci stava ancora dentro a queste parole e lei era riuscita a viverla, a superare con determinazione gli ostacoli e le difficoltà. Si era laureata, innamorata, sposata, aveva adottato una figlia, aveva vinto un concorso per insegnare nella scuola media, era stata brava, era contenta di sé, amava la sua famiglia e il suo lavoro. Adorava quei preadolescenti indecisi e sofferenti e pensava di poterli capire e aiutare. Sindrome della crocerossina, anche da quella non sarebbe guarita mai! Quella meraviglia che a volte leggeva negli occhi dei suoi alunni, quello che accade quando ci si apre alla vita, lei lo capiva, lei che sapeva quant'era difficile essere lì nella scuola in mezzo agli altri, lei che sapeva quanto fosse dura sostenere ogni sguardo e ogni parola.
La sua esistenza da adulta era faticosa e gratificante, ma un giorno la malattia le presentò il suo conto più aspramente. Anche l’udito e l’olfatto erano profondamente alterati, il fiato le mancava sempre di più, le infezioni respiratorie erano sempre più forti e resistenti, difficili da debellare, i ricoveri diventavano necessari. Dovette accettare l'ossigenoterapia e quei quattro chili posati sulla spalla era come se fossero quattro quintali, così aveva messo lo stroller per l'ossigeno in un trolley e se lo trascinava dietro. Ironia del destino quella valigia che non avrebbe fatto mai più viaggi! La guardavano, ancora più diversa, sondino nel naso, valigia al seguito e tosse e stanchezza, di quanta forza aveva ancora bisogno?
Ma la vita ha una sua forza autonoma e anche così la quotidianità aveva ripreso il sopravvento. Quando un'ennesima riacutizzazione l'aveva costretta ad un prepensionamento per malattia, molto punitivo sotto l'aspetto economico, allora sì si era sentita finita. La sua esistenza era cambiata ancora e anche il suo ruolo nel mondo era quasi impossibile da ritrovare. Anche per la sua famiglia era stato difficile abituarsi ai cambiamenti e anche loro avevano dovuto lavorare duramente per accettarli.

Eccola qui, ora i piatti sono nella lavastoviglie, si siede tossendo e cerca il fiato nel tubicino, la finestra è spalancata, ma tutta l'aria intorno sembra immobile. Ogni respiro è una fatica e il respiro dopo arriva quasi inaspettato, vorresti rimanere lì ferma per sempre a cercare un po' di riposo e un po' di pace, ma sai che se non ti muovi ora sarà difficile che tu possa continuare a farlo, se ti fermi, se ti rassegni, non avrai più alcuna forza, tutto sarà perduto. Perciò si continua, non si può, non si deve fermarsi. Poteva ancora fare tante cose: leggere, scrivere un altro libro, lavorare con il suo uncinetto, poteva esserci, essere lì per se stessa e per loro con la sua forza...
Si affaccia al balcone: alcune delle sue piante hanno fiori bellissimi, è una dolce giornata di sole, i gatti a cui dà da mangiare passeggiano sotto casa, sua figlia che porta (finalmente) il cane a spasso alza lo sguardo e le sorride.
Si continua, siamo ancora qui!

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