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IL SENSO DELLA VITE

Era il 25 gennaio 2016, e quella telefonata è arrivata.



Un misto tra paura, gioia, devozione e disperazione: sì perché la donazione degli organi è anche questo. Per qualche strana meccanica divina era toccato proprio a me.

Era arrivato il rene che mi avrebbe donato una vita diversa rispetto a quella che conducevo. Una vita nuova per me e per i miei familiari.



Ho pensato a tutti gli incontri fatti per parlare di “trapianto”, ma in quel momento non sentivo più nulla: solo il battito del mio cuore e una solitudine

profondissima. La paura del rigetto, gli immunosoppressori e tutte le possibili complicazioni di cui mi avevano parlato e che avevo firmato in decine e decine di fogli

negli ospedali.



Ho sentito che il tempo si era completamente fermato e che ora dipendeva tutto, in qualche strano modo, da me.



L’universo mi aveva dato un’opportunità di vita; la vita che una giovane donna stava donando proprio a me. Ero sicuro che da quel momento in poi avrei avuto con lei

un legame indissolubile.



Non avevo nessuna informazione biografica, ma spesso il cuore ti rivela in un solo momento le risposte che dentro di te non hai mai trovato, pur mettendoci

tanto impegno.



E così l’oscurità ha lasciato il posto alla luce e fidandomi di questa forza sono andato in sala operatoria.



In quegli attimi, poco prima che l’anestesia ti porti lontano, ho respirato profondamente la vita e ho detto ai miei reni che avrebbero dovuto prepararsi ad accoglierne uno nuovo,

con la vivida speranza che non si offendessero troppo.



Se è vero che la mente mente ho provato a pensare che il trapianto fosse un intervento come tanti, ma l’intuizione mi diceva che non era così, che il trapianto

è qualcosa che va ben oltre un’operazione chirurgica: è qualcosa che senti, perché lo tocchi con la mano; è qualcosa che pulsa, ma che non è il tuo cuore.



Ho chiuso gli occhi e ho pregato con una devozione che mai nella mia vita ho sentito così intensamente.



La mia compagna di vita si chiama insufficienza renale cronica: una delle tante cose che ho trovato nel mio corredo, e che più di tutte mi ha obbligato a guardarmi

dentro e che mi ha fatto combattere con i miei demoni interiori.



Sono nato con una nefropatia da reflusso e da bambino, dopo un paio di operazioni, conducevo una vita molto simile a quella dei miei coetanei “sani”, solo con

qualche restrizione nella dieta. Il problema non mi pesava e non mi affaticava e la vita era piuttosto scontata: i giochi, la scuola, poi il lavoro dei miei sogni.



Ho sempre creduto di aver accettato la mia malattia; in fondo non mi aveva dato particolari problemi. Gli esami del sangue peggioravano sempre un po’, tuttavia dicevo

a me stesso che poteva capitare a chiunque di avere periodi negativi e che in qualche modo e con le medicine presto sarebbe tornato come doveva essere per un ragazzo

di vent’anni. Il lavoro, che amavo più di me stesso, mi prendeva molte ore del giorno ed ero molto impegnato non solo mentalmente, ma anche fisicamente.

Un giorno però, uno dei tanti, una stanchezza molto forte iniziò a farsi sentire. La malattia era cresciuta con me e adesso bussava alla mia porta.

Le giornate scorrevano uguali, non ho mai cambiato abitudini o orari di lavoro, ma facevo sempre più fatica. Il nefrologo mi rassicurava, mi diceva che il percorso

era lungo e che avrei dovuto tranquillizzarmi, perché “non sarei schiodato prima del tempo”. A venticinque anni mi sentivo un condannato a vivere: la malattia

prendeva il sopravvento, le medicine mi davano molti effetti collaterali e la dialisi mi aspettava dietro l’angolo.



Avevo paura: paura di tutto, della vita, del mio futuro e delle terapie. Il dolore nell’esistenza è un buco incomprensibile, una smagliatura perenne dell’anima che mi

sanguinava, e una domanda mi scavava dentro come un tarlo: perché io?



Perché lottare fisicamente con tutte le mie forze per arrivare a fine giornata?



Perché iniziavo a invidiare le esistenze tranquille? Qual e’ il senso della vita…



Una notte, una delle tante notti insonni, lessi questa frase di Ghandi: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci”.



Non so perché l’universo mi abbia donato questa prova, e dopo tante riflessioni non sono riuscito a trovare la risposta, ma sapevo con certezza che avrei dovuto

diventare guerriero, perché lei iniziava ad avere il sopravvento. Ero consapevole che spesso la forza mi avrebbe abbandonato, ma avrei combattuto fino allo sfinimento.



Dovevo farcela, perché semplicemente me lo dovevo. Il regalo era solo mio.



Da quel momento la guardai bene, dritto negli occhi e ripresi le terapie che fino ad allora avevo abbandonato per lo sconforto. Mi sono rialzato grazie all’aiuto

dei miei nefrologi-sciamani, un po’ strani, ma per me due angeli custodi e di un’amica, Elena, che mi ha proiettato ad affrontare il viaggio più impegnativo: quello

dentro il mio essere.



Ho iniziato le cure sperimentali, perché mi fidavo di loro, perché il loro abbraccio durante le visite non ti fa sentire solo e perché sapevano della mia paura folle

della dialisi, e mi hanno avvicinato a questo rito di iniziazione con la pace nell’anima. Senza di loro, senza la loro presenza, senza la loro disponibilità non ce

l’avrei mai fatta. Mi hanno creato una dialisi su misura per me, come un modello privilegiato; perché così io la mia vita non l’ho mai modificata. Una dialisi

casereccia, domiciliare: la mia stanza della dialisi, e ancora oggi si chiama così: “prendimi le scarpe, per favore..lì nella stanza della dialisi..”



Lì purificavo il mio sangue, davo un aiuto ai miei reni tanto stanchi e lì tra un carico e uno scarico riordinavo le mie idee.



Ero consapevole che questa terapia non mi permetteva di allontanarmi troppo da casa, con il tempo però ho imparato a dializzare in macchina e al cinema.



Non ho mai viaggiato, perché fisicamente non me la sentivo, ma in una bella giornata invernale di sole e di riposo dal lavoro un giorno decisi di fare una bella

camminata nelle mie colline, perché erano tanti anni che non lo facevo più. Diedi la benzina ai miei reni e mi avviai verso la chiesetta di San Michele,

nel punto più alto della collina. Arrivato in cima respirai a lungo l’aria fresca e quel senso di pace che non provavo più ormai da anni. In quell’altezza era tutto

perfetto, pure io.



Solo una cosa mi aveva creato un turbamento e una strana agitazione: stavano sradicando un vigneto, posizionato peraltro nel punto più bello e soleggiato, e ho

provato una grande compassione ed empatia per quella vite che per tanti anni aveva dato il suo buon vino. Pochi tronchi rimasti, pronti per l’estirpazione,

ma solo uno, uno solo, il primo accovacciato su una pietra con un vecchio grappolo ancora appeso ha attirato tutto me stesso.



Io non avevo mezzi per salvare quella vite, oramai alla fine, ma potevo fare il possibile perché la sua storia non cadesse nei meandri della dimenticanza e

dell’indifferenza dopo tutto quell’impegno. Con tutte le mie forze raccolsi il tronco senza troppo dolore e lo portai a casa.

Posizionato affianco al mio letto, così com’era lo rimisi in piedi, come se quel tronco continuasse a fare la vite, ma in un modo diverso.

Sentivo così di non averlo abbandonato.



Era il 24 gennaio.



Da quando ho ricevuto la vita la seconda volta ho imparato a dire sì.



Sì, perché un trapianto non finisce mai;



sì, perché una vita prima di me ha detto sì;



sì, perché sono felice per aver ricevuto il più grande dono che si possa mai ricevere: l’Amore Incondizionato.

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