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APPRODO

Per spiegare l’inspiegabile serenità e la curiosità con cui ho appreso e affrontato la malattia, io stessa ho dovuto risalire al senso della mia vita. Solo ora comprendo che tutte le scorribande fatte, come un cercatore d’oro, sono servite a portarmi fin qui, nel punto dove la vita e la morte si toccano. Le due dimensioni si confondono, si fondono, come peraltro sarebbe nella natura delle cose se riuscissimo ad uscire dalla oziosa dualità del pensiero che le separa. Ho avuto la coscienza che “l’infausta diagnosi” mi avrebbe potuto accompagnare verso “l’ultima spiaggia”, così che la percezione del passaggio verso “l’Al di là” si è rivelata una realtà innegabile su cui riflettere nonostante già fosse una tematica privilegiata nella mia formazione di psicoterapeuta. Vedo la mia morte come una “dissolvenza”, un vuoto della mia avvenuta presenza, una specie di alone che perdurerà in eterno per il semplice fatto di aver occupato un passaggio nella trama del mondo al di là della forma, del tempo e del ricordo, così come è ovvio nel destino di ogni cosa che abbia una sua consistenza di assenza/presenza. Piccoli segni, tracce, memorie ormai prive di ricordo restano nell’etere. È un Mistero che non mi consola, ma è un Mistero. Di fatto, non esiste alcun Dio in grado di predirci il luogo e la data in cui passeremo “a miglior vita”.

Non è detto che di cancro si muoia, ma sono convinta che di cancro si possa vivere, cogliendo nuove opportunità di comprensione e nuovi accorgimenti quotidiani per assaporare occasioni mai assaggiate prima, inusuali. Mi sento un’ammalata sana nella consapevolezza che l’accettazione serena del mio nuovo stato sia anche frutto di un passato sempre rivolto alla sperimentazione, a percorrere cambiamenti e nuove sfide, all’impegno nelle aree più problematiche dell’umano, alla ricerca interiore in nome della libertà e della giustizia. La mia vita, così, apparentemente instabile e confusa, solo ora prende un senso univoco, corroborandomi alla solitudine, alla provvisorietà, al dolore che comunque accompagna il senso profondo dell’esistenza.



Sono arrivata al mondo durante la guerra nel 43. Avevo la polmonite e mi salvarono con la penicillina. A otto mesi la casa venne bombardata e mia madre scappò con la bicicletta portandomi nel seggiolino ciondolante, addormentata.

Divenni una “bambina perfetta” in un mondo di imperfezioni, osservavo con grandi occhi e riflettevo la realtà intorno.

A cinque anni declamavo poesie salendo in piedi sulla sedia:

“oh Madonnina mia bella tu sei perché non ti ho vista mai!”

Mio padre era un illustre incompreso compositore d’avanguardia, mia madre aveva trenta anni meno di lui. Sogni diversi tenevano insieme le loro inconciliabili storie. Crebbi con l’idea di una strana famiglia che proponeva un pensiero nobile, una speciale educazione, il radicato senso della giustizia e della ricchezza, anche se di soldi non se ne vedevano molti nell’ancora traballante dopoguerra. Vivemmo per anni in Alto Adige in una zona di ibrida appartenenza culturale. Si abitava in albergo, si mangiava nelle “Stube tirolesi” e, pur non professando alcun Dio, io bambina ero tenuta a dire la preghierina prima di dormire perché potessi crescere buona, onesta e sana. Ero piccola, più piccola delle più piccole della classe, ma crebbi con uno sguardo riflessivo, che mi forgiò “forte come una roccia” con uno spirito insofferente alle ingiustizie ed incapace di compromissioni.

Nel tempo sviluppai un già latente “interesse per l’umano” che via via divenne il mio lavoro.

Negli anni ’70 arrivarono gli psicoanalisti francesi, poi il grande mondo dell’oriente, che ben calzava con la mia ricerca interiore e con il profumo della liberazione dai vecchi schemi. Così dalla sociologia critica del ’68 passai al pensiero simbolico e collettivo dei grandi maestri fino trasformare la mia vita e quella di mia figlia in un percorso di grande allenamento alla capacità di “andare” più che a quella di “restare”. Furono tempi di impegnativo nomadismo attraversati da un continuo avvicendarsi di cambiamenti senza radici, senza abitudini, senza sicurezze, ma sempre con la disponibilità a ricominciare. Sempre curiosa e attratta dalle innovative esperienze migravo, scrivevo, narravo e denunciavo! Ed ecco che “il morbo” mi fornisce l’occasione per ricominciare dopo anni di silenzio: una nuova infanzia?

Sono rimasta una bambina di 73 anni, peso 38 Kg e la gonnella corta mi conferisce ancora un tono scattante e vivace, nonostante che la malattia sia venuta silenziosamente a prendermi per mano. Si è messa dentro il mio corpo senza essere invitata, si è posizionata in maniera “centro follicolare” tracciando un percorso lungo la via linfatica, sviluppando “perline” che scorrono dalle ascelle, fino a disegnare l’inguine. E queste palline, al ritmo circolare di una sansula, percorrono e ripercorrono la via del rilassamento e scoppiettano nel loro luccichio ad una ad una. Sì, sembrano perline, ma sono cancro, una bestiaccia che ringhia e vuole sopraffare. Occorre domarla senza paura, come nella carta dei tarocchi dove la donna affronta la bestia aprendole la bocca! E’ lei che impone un viaggio verso la vita e/o la morte indivisibili momenti del nostro esistere. Ma ora è ancor tempo di lottare contro la logica mortificante delle istituzioni per essere curati. Ed è questa la mia specialità! Lottare contro quei meccanismi inerti che infilano le persone nell’anonimo spazio di un protocollo in un’attesa senza parola. Questa è la vera “pre/morte”. L’impotenza di chi non viene ascoltato perché reso dormiente dalle trame del sistema. A me è successo! Per tre mesi: sono rimasta in “attesa di chiamata”, senza un riferimento medico, senza poter organizzare il mio tempo sviluppando perfino il timore sordido di essere scappata inavvertitamente dalle liste ospedaliere. Avrei voluto urlare… “Io non sono un protocollo, io esisto, io sono qui, ancora lucida e sgambettante e con la consapevolezza della ribellione”. Noi malati di cancro siamo im/pazienti, vogliamo vivere e, ancora, vogliamo ballare nelle piazze per non essere dimenticati.

Mi prendo cura di me e, come un collaudato bagnino che ritrova il piacere di giocare sulla spiaggia con paletta e secchiello per costruire castelli di sabbia sempre più perfetti (una sfida notevole contro l’infinito del mare!), condivido con commozione attimi di incontro semplice con donne ancora desiderose di speranza, audaci con il loro “indicibile” fardello sulle spalle, sempre capaci di rimettersi in gioco: belle con i loro turbantini e le loro cuffiette colorate (e io già assaporo l’arte di creare i due rotolini laterali che poi si incrociano sul capo formando una corona che incornicia il volto). La malattia non mi è mai parsa come un bubbone estraneo alla mia vita, ma anzi come uno strumento per consolidare e affinare una consapevolezza sempre più aderente alla mia storia personale per andare oltre. Oltre. Verso l’ignoto!

Paradossalmente mi sento nel lusso, come se, al di fuori di ogni pensiero logico, improvvisamente il mio viaggio avesse cambiato rotta spezzando il pendolarismo che mi contrassegnava e lasciando emergere la gioia di una quotidianità nuova. Così che, io nomade della vita, ritrovo ora una sorta di patria interna che mi rende libera di allontanarmi e di tornare verso gli inesauribili spazi della coscienza e della mia anima. Una specie di felicità mi accompagna sull’onda di un ricongiungimento abitativo ed affettivo anche se sono consapevole che le mie antiche paure, le mie fragilità potrebbero riemergere inaspettatamente dagli abissi del passato sull’onda del dolore e dell’abbandono, offuscando i mie pensieri, trascinandomi nel baratro dello sconforto e dello scoramento più profondo, ma ora …”metti nel frullatore…un budino, frutta a piacimento con un po’ di succo di limone, aggiungi semini di girasole, o noci, o mandorle, un goccio di sciroppo d’acero…un po’ d’avena e un pizzico di zenzero (che non guasta mai) e, ricordati che… è la stagione dei mirtilli!...”

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25/08/2016 17:17:52

Mia cara Amica, Ho letto e riletto questo tuo racconto e ho pensato a lungo alla mia risposta.. e ogni volta, più che parole, mi venivano in mente immagini..la prima volta che ti ho conosciuta, quando mi apristi la porta di casa tua, rimasi incantata e mi sentii subito sollevata perché sentii di aver incontrato un'anima così  incredibilmente generosa e ottimista da farti sentire fortunata solo a starti vicino. Chi ha la fortuna di conoscerti, cara Dodo', rimane impigliato nella rete del tuo carisma disarmante e, come in un incantesimo, non può far altro che volerti bene. Grazie infinite. Con Amore, un abbraccio forte da Roberta, dal coniglietto Pedro, dalla canina Lola e infine dalla piccola famigliola di tartarughine (che conoscerai non appena ci rivedremo).


25/08/2016 17:11:39

ti ho incontrata ieri sera, bella signora dai capelli bianchi e dalla danza aerea. Ci siamo scambiate qualche parola, talmente poco che non so neanche come ti chiami. Io ti ringrazio per questo splendido momento di lettura di te e delle tue perline. Spero di rincrociarti nei nostri cammini. Amerita