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HIV positiva

Era sempre stanco Michele in quei giorni di festa: sudava, era pallido in viso, si addormentava ovunque, anche alla Messa e al pranzo di Pasqua. A volte biascicava le parole. Non so come abbiamo fatto a convincerlo a ricoverarsi per un controllo, lui che in ospedale non era mai stato. Temevamo un forte esaurimento.

Non dimenticherò mai quel momento: un lungo tavolo al di là del quale tre medici e di qua io, 41 anni, terrorizzata dall'idea di ricevere una notizia che avrebbe potuto cambiare la nostra vita. “Signora, suo marito è affetto da sindrome di immunodeficienza acquisita”. Per un attimo non capii il significato di quelle parole complicate, che in realtà nascondevano una semplice sigla: AIDS. Non avevano il coraggio di pronunciarle? Le pronunciai io: un'affermazione, una domanda...

Furono giorni frenetici, di esami del sangue a me e di ricerca di una cura per lui tra le poche esistenti in quei lontani anni, una cura che gli permettesse di vivere quel poco che gli rimaneva il più possibile dignitosamente.

Non mi colse di sorpresa l'esito del mio esame: positiva, ma con un bagaglio di difese discreto. “Signora, non si preoccupi! Lei ha ancora 10 anni di vita davanti!!” Dieci anni? Cosa sono 10 anni per una giovane donna con tanti progetti nelle mente, per una mamma?

Paola risultò negativa e questo fu un gran regalo per tutti, ma lei non doveva sapere nulla della nostra malattia. Troppo sarebbe stato il carico per lei che si stava affacciando all'età difficile dell'adolescenza, un peso incomprensibile, come lo era in parte per noi. Non seppi mai come Michele contrasse il virus. Mi fidai della sua ipotesi: dal dentista. Non volli approfondire, anche perché sicuramente non sarei riuscita ad accettare altre verità. Michele certamente non si drogava, non era omosessuale e allora? Eravamo una coppia normale, come possono esserlo tante coppie. Di certo è che positiva risultò anche la mia migliore amica.

Michele lentamente perdeva l'uso parziale di una parte del corpo, perché era una parte del cervello ad essere stata colpita e assumeva spesso comportamenti difficili da gestire.

Furono due anni e mezzo di sospensione, di attese, di speranze e di dolori, di domande non formulate e di rabbie sommesse, ma anche di momenti in famiglia, con Michele che ora trovava il tempo per giocare con Paola che cresceva, osservava e viveva in apparenza serenamente un equilibrio che faticosamente cercavamo di ricostruire.

Leggevamo io e Michele libri sul pensiero positivo, sull'energia che può guarire più delle poche cure sperimentali che tentavano di debellare una malattia che era proibito nominare, perché nascondeva un senso di peccato: tradimenti, omosessualità, droga.

Due anni e mezzo nel silenzio. Solo poche persone condividevano con noi la verità: pochi amici, la mia famiglia sempre solidale, la sua silenziosamente accusatoria nei miei confronti per non essere stata una buona moglie, tanto da aver costretto il suo uomo a tradirla con qualche donna di facili costumi. E gli insegnanti di Paola che in questi anni ebbero per lei un occhio di riguardo.

Passarono due mesi dal giorno della morte di Michele, quando decisi di andare ad ascoltare direttamente il messaggio del libro di una donna che aveva vissuto il mio stesso dramma.

Laura, la mia amica vera, mi spinse con forza sul treno per Verona. Là, in un salone enorme, decine di donne e uomini che vivevano drammi di ogni genere, erano pronti a pronunciare il Sì, quel sì che guarisce. Ognuno raccontava la propria storia senza remore, senza paure e finalmente anch'io potei parlare. Meditazioni, sguardi profondi, rabbie che esplodevano senza timore in un contenitore protetto e accogliente, tante lacrime che finalmente scorrevano libere e mani che accarezzavano, consolavano e in caldi abbracci lenivano le ferite. Dire sì a quanto era successo, accettare, stare nel dolore per farlo uscire e per riscoprire in questa realtà, nuovi spazi di luce, il proprio potere, la propria energia, concretizzare la voglia di vivere e di progettare ancora.

Sono passati 23 anni da allora. Non sono morta 13 anni fa come aveva previsto la dottoressa. Solo da poco ho iniziato una cura che avrei anche evitato se non avesse insistito la mia nuova dottoressa, il mio angelo amico.

Ho cresciuto mia figlia a cui ho rivelato la dura verità lentamente, nel tempo, ma non così dolcemente da evitare dure reazioni, normali per altro. Ora lei è una donna affermata, che forse ha perdonato.

In questi anni ho avuto due uomini che mi hanno accompagnato per lunghi tratti e con i quali i fili si sono interrotti non certo a causa della mia sieropositività. Uomini che ringrazio per aver accettato e in parte anche rischiato, loro che con la malattia non avevano niente a che fare. Ed ora, spero l'ultimo, dolce, tenero e forte.

Curo tutti gli aspetti della mia persona secondo una visione olistica e cerco di insegnare agli altri quello che ho appreso. La danza, la scrittura, la guida della mente che, potente nel governare la vita, la può anche fagocitare con pensieri negativi; le pratiche di rilassamento, la convinzione che la pace sta nella presenza mentale nel momento, ma anche l'ascolto della rabbia e la ricerca del perdono, quel perdono così difficile da concedere.

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11/05/2017 12:13:40

un abbraccio . Mi sono commossa ... bravissima.