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Ed eccola qua! Rossa e luccicante, come il colore delle maglie che indossano i miei colleghi di lavoro mentre domano il fuoco con sprezzo del pericolo; rossa come la mia auto nuova, conquistata icona della mia indipendenza; ed infine rossa come la mia stampella che accompagna discreta il lento incedere del mio incerto passo.

 

E pensare che appena nata mi era stato prospettato un futuro con una sedia a rotelle come compagna di vita!

Non mi sono mai sentita una persona comune e la parola “speciale” ha sempre avuto una valenza importante ed ambigua. Ma è proprio grazie alla mia tenacia e grinta fuori dal comune che, nemmeno una malformazione congenita alle anche con agenesia del sacro coccige, ha potuto fermare la mia incredibile voglia di conoscere il mondo, fare  passeggiate in bicicletta, gite in scooter, guidare la macchina, prendere aerei, navi ed insomma tutto ciò che mi permettesse di viaggiare.

Non nego di aver esagerato un pochino qualche volta, ma è come se dovessi sempre dimostrare a me stessa che anch’io ho le stesse potenzialità delle altre persone, nonostante la mia disabilità. Ricordo amaramente le velenose frecciatine ricevute nell’infanzia e nell’adolescenza. Anche dopo tanto tempo bruciano dentro la mia anima e crescendo ho cercato di rimuoverle o metabolizzarle, ma ogni volta che incrocio uno sguardo commiserevole o sento sussurrati patetici commenti al mio passaggio, riesplodono dolorosamente.   

 

Il destino beffardo però aveva in serbo un’ennesima amara sorpresa nei miei riguardi… oltre agli arti inferiori, anche alcuni organi interni avevano deciso di ribellarsi alle ferree leggi della natura. I reni per primi hanno deciso di abbandonarmi e di affidare la mia vita per un “interminabile” periodo di 4 anni e 16 giorni al rene artificiale (altrimenti detto emodialisi). Si trattava di effettuare 3 sedute settimanali nelle quali dovevo stare distesa su un letto ed essere collegata ad un macchinario tramite tubi ed aghi grossi come rebbi di forchette, che avevano lo scopo di ripulirmi il sangue. E questa sarebbe stata la mia sorte fino alla fine dei miei giorni, senonché un angelo, che vestiva le spoglie di mia madre, ha deciso di compiere l’atto più nobile ed altruista che solo il cuore di un genitore può compiere… quello di donarmi un suo rene! Non è stato un passo semplice, sia dal punto di vista fisico, che da quello psicologico, infatti la compromissione di altri organi rendeva arduo quello che comunque anche anni fa era quasi considerato un intervento di routine. Dopo numerosi “viaggi della speranza” fra Milano e Londra, alla fine grazie all’indiscussa determinazione unita ad un’affettuosa disponibilità, da parte di uno staff medico che rimarrà per sempre nel mio cuore, si optò per la “frenetica” Milano alla quale donai indissolubilmente il mio destino. Attimi indimenticabili per l’emozione che passava velocemente dall’euforia per una seconda nuova vita, ai sensi di colpa più dolorosi per l’amorevole sacrificio a cui mia madre si stava sottoponendo.

Sono trascorsi la bellezza di 23 anni da allora, ma il bianco mondo degli ospedali resta inesorabilmente presente nella mia esistenza, rappresentato da controlli, esami, visite specialistiche ed ancora sterili sale operatorie.

Nonostante ciò il mio sorriso non rinuncia a scomparire ed anzi ogni giorno mi sveglio con lo spirito di reinventarmi, assaporando al massimo ogni attimo che la vita comunque mi regala. La sofferenza, sia fisica che psichica fa parte del mio DNA perché le cicatrici che ho dentro e quelle che ho sul corpo, non potranno mai svanire, ma attenuarsi e soprattutto non fare più tanto male, questo sì. É una lotta incessante e devastante questa, perché i nemici non sono esterni a me, bensì dentro il mio essere, come un cancro che pian pianino divora la mia anima. Mi ritengo però una persona fortunata perché la mia forza, il mio coraggio insieme ad una sana determinazione rappresentano la medicina giusta a non soccombere. Ogni volta che la malattia mi attacca è una nuova battaglia da combattere e dopo il primo attimo di umano scoramento, tiro fuori gli artigli e mi rimbocco le maniche.

A tutt’oggi, ho al mio “attivo” la bellezza di 24 interventi chirurgici più o meno gravi in svariate parti del mio corpo e non so cosa il destino avrà ancora in serbo per me, ma so che qualunque cosa mi attenda, avverrà per farmi crescere e ricordarmi quanto sia prezioso ogni attimo che vivo. Ringrazio ogni giorno per il dono che ho ricevuto e ho persino cercato di trasferire in note i miei sentimenti di eterna riconoscenza componendo una canzone in onore di mia madre dal semplice titolo di “grazie”. Tante volte la musica mi ha salvata dallo sconforto e per me il canto è la terapia più potente per l’anima e per curare le cicatrici del cuore. Come la scrittura. Per anni ho tenuto un diario dove annotavo tutte le emozioni che provavo durante il giorno e così facendo avevo l’impressione di dare loro la giusta valenza. Termino con un pensiero buddista che mi accompagna nei momenti più bui :“…non dimenticare mai che ogni sogno senza azione è un’illusione. Inizia a fare il necessario, poi quello che è possibile. E ad un tratto ti troverai a fare l’impossibile.”



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<p> Fabiola



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