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Una bambina di novant'anni

Non ricordo che anno era, ricordo solo che ero una ragazzina e che ebbi tanta paura nel vedere mia madre che non ricordava chi le avesse portato le cassette di acqua minerale a casa. Le aveva portate proprio lei!
Mia madre non è mai stata particolarmente affettuosa nei miei confronti perché, forse, aveva timore che gesti affettuosi potessero tradire delle debolezze caratteriali. Era una donna “forte”.
Era una donna che non si arrendeva mai, sempre ottimista, sempre pronta ad aiutare con gesti concreti la famiglia e gli amici; la sua casa seppur piccola, ospitava chiunque glielo chiedesse.
A sessantotto anni rimase vedova. Un cancro ai polmoni le porta via quel marito un po’ taciturno che, a noi figlie, aveva sempre dipinto come il capo famiglia severo cui portare il massimo rispetto. Ma il vero capo famiglia era lei!
Poi piano piano il declino, vuoti di memoria sempre più frequenti. Stenosi alle carotidi. Rifiuto dell’intervento e poi la demenza senile. Le fasi della malattia si susseguono devastanti: iperattività, inibizione dei sentimenti, aggressività, manie di persecuzione, insensibilità al freddo e al caldo, mancanza di percezione del tempo fino ad arrivare all’uscire in piena notte per fare la spesa.
Ho affrontato il doloroso calvario verso il riconoscimento dell’invalidità, l’assegno di accompagnamento, la ricerca di una badante. 
Oggi, dopo una frattura del femore e un’emorragia cerebrale, alla quale è miracolosamente sopravvissuta e che le ha procurato la paralisi totale del corpo e del linguaggio, è ancora qui a riempire le mie giornate.
Oggi, è una bambina di novant'anni bisognosa di tutto. In questi lunghi anni decine di volte è stata sul punto di morire, ma io non mi abituo mai a questa eventualità e, ad ogni chiamata di emergenza mi assale la paura di perderla, di vederla soffrire. Quando poi lei si riprende e, dimenticando completamente ciò che aveva avuto poche ore prima, mi sorride, io avverto un senso di vuoto quasi fisico che sicuramente accorcia le mie prospettive di vita.
Oggi Eugenia, ormai la chiamo con il suo nome di battesimo perché non lo dimentichi, non mi riconosce, non pronuncia il mio nome, non sa che sono sua figlia. Ma mai come adesso abbiamo imparato a giocare a nascondino, a ballare e cantare… e ora lei mi sorride. Un sorriso sdentato, appunto, proprio come quello dei neonati. Soprattutto non ha dimenticato come si danno i bacetti sulla guancia.
Oggi, non è mia madre che dipende da me, ma sono io che non posso fare a meno di lei. 
Gabriella

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