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Quando si muore due volte

Uccide due volte.
Il doppio dolore per una doppia perdita: mio padre, portato via dal suo mondo e poi dalla sua vita.
Aveva la mia età di oggi quando la malattia ha cominciato il suo lauto pasto; cinquantadue anni.
Solo un po’ distratto, e sbadato. Deconcentrato. Cosi ci appariva il mio grande papà.
Era il 1989 e dell'Alzheimer si conosceva molto meno del poco che si conosce oggi.
Allora non c'era sostegno, né aiuto di alcun tipo.
Scrissi ad alcuni emittenti televisivi, affinché promuovessero la ricerca sull'Alzheimer, che non è una malattia meno importante del cancro né meno dolorosa, perché colpisce in età adulta ma non ho avuto riscontro.
Ho visto il mio papà andar via, poco a poco, e la rabbia iniziale inconsciamente era verso di lui; era come se tutto l'amore per i suoi figli, sua moglie e i suoi nipoti venisse poco a poco soppiantato da un incomprensibile egoismo e una assurda indifferenza.
Poi noi tutti abbiamo compreso: la malattia, il suo dolore, il nostro. Lo abbiamo amato ancora di più e mai lasciato solo. Mai, nemmeno un istante.
Terribile e brutale malattia, che prima di rubarti la vita, porta via la storia stessa di una vita e la dignità.
Se n'è andato a 64 anni. Poteva ancora avere e dare tanto. Dopo 14 anni non c'è giorno in cui non pianga per non averlo più con me.
Oggi, noi figli tremiamo al solo pensiero di una possibile ereditarietà di questo "mostro". Tremiamo per noi e preghiamo, perché la vita non ci condanni a morire due volte, non condanni i nostri figli a quell'atroce, doppio dolore.

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